L’Uomo più Crudele del Mondo

Roberta PalmioliBy Roberta Palmioli|In Pensare|2 Minuti

«Un libro per contraddire, la Bibbia. 

Un libro per sapere, Dostoevskij.

Un libro per ricordare, quello dei bambini»

Partiamo dalla fine. Ieri sera,  Davide Sacco, regista teatrale e direttore artistico  del Teatro Manini di Narni insieme a Francesco Montanari, ha concluso il suo spettacolo, “L’uomo più crudele del mondo”, scritto e diretto da lui medesimo e interpretato da Francesco Montanari e Lino Guanciale, toccando il cuore di molti.  Ha saputo aprirci un sipario interiore colmo di propositi e sentimento. Ricordandoci, nelle intenzioni, grandi drammaturghi e critici teatrali come Malendosi e Giacchè; tutti intenti nella volontà di ricordare, restituire e contraccambiare.

Una direzione a quattro mani capace di accogliere un pubblico sempre più ampio, proveniente anche da fuori regione, e che si propone di ridefinire l’identità stessa del teatro, definendola per l’appunto “la casa di tutti”. Ora, facciamo un passo indietro. Partiamo dall’inizio, da quando il sipario si apre. I rumori della fabbrica fuori, un illuminazione che preludeva al peggio e il silenzio totale all’interno. Paul Veres, è seduto alla sua scrivania, è l’uomo più crudele del mondo stando alla parola di tutti, o almeno così si vuole pensare. Dinanzi a lui un giovane giornalista di una testata locale scelto per intervistarlo, ma lo scambio prenderà una strana piega. In un susseguirsi di serrati dialoghi  emergeranno le personalità dei due personaggi, una guerra tra gli opposti, un filosofeggiare “letterario”, sottile e profondo. Una tragedia attuale, dove gran parte della riflessione moderna sul tragico è scaturita dalla capacità di scorgere la relazione tra la forma filosofica e quella letteraria, fino a un finale che ribalterà ogni  prospettiva, ricordandoci il pensiero di “Nietzsche”, filosofo tedesco, il quale definì la filosofia dell’«epoca tragica», dove l’aggettivo “tragico” indicava il carattere «agonistico» del pensiero: «pensiero che, leggendo l’identità soltanto come identità dei contrari, negava l’essere in favore di quel divenire che sorge appunto «dalla guerra tra gli opposti».