L’arte e la libertà del pensiero puro

Andrea BaffoniBy Andrea Baffoni|In Vedere|8 Minuti

È un bisogno la libertà: scegliere la strada da seguire, sperimentare nuovi percorsi. Libertà come desiderio e paradigma, condizione personale e necessità massima, uno stato che svincola dal reale per condurre verso i luoghi dell’utopia. Poteva ben scrivere Shakespeare che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, perché solamente nel luogo del sogno possiamo liberarci dalle necessità materiali. Sogno come istinto creativo, immaginazione e libertà di essere tutto ciò che vogliamo, prerogativa del genere umano capace di immaginare al di là delle leggi dominanti, spingendosi verso una realtà alternativa oltre ciò che è stabilito.

Libertà come condizione al di fuori dell’umano, principio astratto che acquisisce, in materia d’arte, particolare valore. È infatti l’artista, per antonomasia, uno spirito libero, agendo oltre i percorsi tracciati ed esponendosi al presupposto di “non garanzia” del proprio operato. Ogni artista lavora in totale libertà, talvolta subendo l’indifferenza dei contemporanei quando non una diretta ostilità, ma è proprio questa condizione d’incerta sopravvivenza a renderne grande l’eredità.

Una simile idea di libertà veniva espressa nel 1989 da Giulio Turcato, astrattista tra i più importanti del panorama nazionale ed esponente del movimento Forma 1 fondato nel 1947, con la scultura monumentale Le libertà: sette strutture longilinee in acciaio alte circa nove metri, colorate con accese vernici industriali e slanciati verticalmente, sulla cui sommità sono collocati inserti dalla forma astratta. Il lavoro di Turcato nasceva a Terni, nell’ambito di un progetto coordinato da critico Italo Mussa e collegato al centenario delle acciaierie (1984), per il quale veniva chiamato anche Arnaldo Pomodoro la cui scultura, Lancia di luce, è ancora oggi visibile nella città. Anche l’opera di Turcato rimase in permanenza ed oggi visitabile, ma collocata sulla sponda del Lago di Piediluco. Realizzata nelle officine dei Fratelli Monari, esprime un sentimento di gioiosità esistenziale ed espressiva. Figure autonome, non ingabbiate nella condizione illustrativa, ma proiettate verso l’alto ad intercedere con qualcosa che nemmeno in cielo si può trovare: il potere della creatività. Da artista non figurativo, Turcato lasciava allo spettatore una personale interpretazione di concetti puramente astratti così che senza vincoli o condizionamenti ognuno potesse trovare se stesso. Così definiva l’opera:

“Rappresentano i desideri a cui ogni persona può ambire anche in senso astratto, e le volontà di uscire contro i vari veti e tabù che incatenano alle obbedienze”.

Un senso di libertà che esprimeva, non di meno, il senso di responsabilità cui ogni artista è sottoposto. La collocazione di tale scultura sulle sponde del Lago di Piediluco, va detto, concorreva a rimarcare l’importanza dell’ambiente naturale, traducendo la preziosità dell’opera d’arte in riflesso parziale di un valore ben più grande. È questo uno spirito di partecipazione sociale non raro in campo artistico, se infatti è vero che il creativo ha totale libertà, lo è parimenti il fatto che tale condizione generi un forte senso di responsabilità, la stessa che nel 1830 spingeva Eugène Delacroix a presentare il celebre quadro La Libertà che guida il popolo. Testimone di quel clima rivoluzionario parigino narrato da Victor Hugo nelle pagine di Les Misérables, l’artista lasciava un possente ritratto della libertà come necessità concreta, traducendola metaforicamente in un fatto tangibile, evidente nei volti del popolo affamato, lucidamente raffigurata negli occhi della gente rabbiosa. Libertà come materializzazione di un sentimento oggettivo e chiaramente manifesto. Lo stesso Delacroix aveva ben chiara l’importanza di prender parte a tali scontri sentendosi anch’egli sulle barricate, non di persona ma artisticamente. Scrivendo al fratello affermava:

“Se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa”.

Non è chiara l’attendibilità di tale affermazione, ma il dipinto parla esplicitamente: la libertà è una donna temeraria che avanza impavida sui cadaveri col seno scoperto e la peluria sotto le ascelle, dettagli non insignificanti in un tempo in cui s’idealizzava la bellezza secondo schemi classici e per i quali la donna doveva necessariamente avere sembianze divine. Tanto più per un artista come Delacroix, allievo di Jacques-Louis David e orientato alla definizione più assoluta del bello tradizionale. Nel 1830, tuttavia, dopo la caduta dell’impero napoleonico, l’Europa attraversava anni turbolenti, l’artista sentiva quindi il bisogno di esprimere un’idea comprensibile e diretta. La libertà si manifestava come una donna vera, eroina del popolo e capace di guidarlo con la bandiera nella mano sinistra e sull’altra la baionetta, la raffigurazione reale di un sentimento concreto.

Su questi due esempi, così distanti nel tempo e nelle basi culturali, possiamo intessere una riflessione per considerare la natura di un principio sfuggente come la libertà. Se è vero che per Delacroix quest’ultima aveva un’incidenza diretta sulla vita quotidiana, parimenti recepiamo da Turcato come soltanto il pensiero puro possa considerarsi davvero libero. Ciò appare evidente nei casi citati, ma allontanandoci dal dato artistico potremmo ricordare, a ulteriore riprova, tragiche esperienze storiche come quelle di Antonio Gramsci e Nelson Mandela (potremmo aggiungere Aung San Suu Kyi o il Dalai Lama e molti altri), privati a lungo della libertà fisica, ma non per questo limitati nella diffusione del proprio pensiero. Spingendoci dunque ancora più in profondità, si dovrà considerare la libertà come condizione assoluta esclusivamente al di fuori del perimetro corporale e con ciò addirittura giungendo ad estendere tale limite all’intero Universo.

Quand’anche nella vita avessimo assoluta libertà di azione, infatti, saremmo comunque soggetti alle leggi della natura e sottoposti al procedere del tempo.

Ogni materia è d’altra parte destinata a svanire, convenendone pertanto che solamente al di fuori dei meccanismi fisici si è davvero liberi, oltre il confine del tempo, in un luogo dove la materia non esiste.

Siamo dunque tornati a Shakespeare, alla materia dei sogni, al luogo dell’opera d’arte come specchio di una volontà possibile solamente oltre il mondo sensibile. Così anche la libertà dipinta da Delacroix potrà essere letta non semplicemente attraverso il metro dell’immagine, ma soprattutto nella spinta iniziale di una necessità tanto fisica quanto sentimentale. Si stabilisce, in sostanza, che l’arte rappresenta il vero momento di libertà dell’essere umano, possibile solamente nello spazio impalpabile dell’immaginazione e reale esclusivamente nel flusso utopistico. Paradossalmente più vera del vero, poiché espressione della natura nascosta e foriera di insegnamenti la cui ricaduta sociale determina effetti concreti. È questo, del resto, il motivo per cui in alcuni casi un dipinto dall’esiguo valore materiale (tela, telaio, colori) può arrivare a valere milioni. Non è il dato fisico che resta impresso nella storia, ma il contenuto immateriale capace di ricordare al genere umano cosa esso stesso rappresenti e quale potrebbe essere il suo ruolo nell’intero Universo.

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