Marina e Ulay

Marina allevata come un soldato, non un bacio, nessun contatto, rifare il letto, una stanza sterilizzata, vuota e sinistra, la sua cameretta.

Marina picchiata, rinchiusa nello stanzino, sanguina.

Marina in quella foto ha tre anni, la mamma l’ha vestita da diavolo per Carnevale.

Marina sola in casa, appena bambina, resta seduta sulla sedia, un bicchiere d’acqua sul tavolo accanto alla sua manina, per tre ore immobile ad aspettare la nonna.

Il bicchiere resta pieno.

Marina resiste.

Marina bambina diventa una ragazza, un paio di pantaloni larghi, una camicia troppo grande.

Marina legge Dostojevskij e Tolstoj, Marina legge tutto, leggere è l’unico vizio che le viene

concesso.

Marina osserva gli incidenti stradali, si ferma a guardare le lamiere accartocciate, torna a casa, a dipingere gli ultimi fotogrammi.

Marina studia.

Marina dipinge le nuvole.

Marina soffre di emicrania, stesa al buio resiste al dolore in silenzio, sua madre l’ha partorita senza emettere suoni, dopotutto.

Marina sa, quello che fanno gli uomini quando sanno di poterlo fare.

Marina sa, di poter sopportare.

Marina sa, malgrado tutto, di poter amare.

Marina non ha paura.

Marina è un coltello che salta tra le cavità della mano.

Si taglia, non sente dolore.

Il suo dolore diventa solo fisico, varcata quella soglia il dolore scompare.

Marina è libera.

Ritmo 0.

Marina scandalosa, rischia tutto, e dimostra che non è lei ad essere masochista, ma sadici gli altri,

appena ne hanno l’occasione.

Un tavolo imbandito di tortura e piacere, le sue performance come la vita.

Napoli.

Notte fonda.

Marina torna in albergo e si guarda nello specchio.

Una ciocca bianca tra i capelli corvini.

Quella notte l’arte l’ha quasi uccisa, le resta comunque riconoscente.

Marina esagera.

Un kg di miele, un litro di vino, una stella sull’addome.

Si sdraia sul ghiaccio, il sangue che cola.

Il pubblico la soccorre, la salva sempre.

Marina urla Belgrado.

Urla per ore fino a diventare afona.

Dentro quell’urlo c’è tutta la sua vita.

Marina diventa più forte.

Marina diventa più fragile.

Marina ama.

Marina moglie di Nesa,

incontra Ulay,

volto spigoloso, metà donna metà uomo.

Strappano ogni anno lo stesso giorno dall’agenda.

30 Novembre.

Marina e Ulay diventano MarinaeUlay.

MarinaeUlay lo stesso respiro.

MarinaeUlay la fusione.

Gli stessi capelli uniti da un laccio degli stessi capelli.

MarinaeUlay un furgone che diventa una casa.

Strappano ogni anno lo stesso giorno dall’agenda.

30 Novembre.

Marina e Ulay diventano MarinaeUlay.

MarinaeUlay lo stesso respiro.

MarinaeUlay la fusione.

Gli stessi capelli uniti da un laccio degli stessi capelli.

MarinaeUlay un furgone che diventa una casa.

MarinaeUlay una relazione che diventa la vita.

MarinaeUlay un cane che diventa un figlio.

MarinaeUlay che si prendono a schiaffi,

che sbattono sulle pareti e sui loro corpi,

che si urlano guardandosi negli occhi.

MarinaeUlay la stessa direzione.

La stessa fame.

Lo stesso stomaco.

MarinaEUlay la stessa performance.

Marina concentrata.

Marina intera.

Resta seduta anche quando Ulay abbandona la sedia prima della fine.

Ulay sente, per la prima volta, di non essere Marina.

Marina sente, che l’espressione, forse, è più forte di Ulay.

MarinaeUlay percorrono la muraglia cinese.

Da un lato Marina, dall’altro Ulay.

Marciano chilometri nel vento.

Fino ad incontrarsi, per un matrimonio che diventa una separazione.

Per una separazione che diventa un’installazione.

Marina che sublima l’amore e lo trasforma in un’opera universale.

MarinaeUlay che tornano ad essere Marina e Ulay.

Sei anni di lutto dopo dodici anni di simbiosi.

Il dolore dell’arto fantasma amputato dal suo corpo.

Marina non avrà figli.

Marina sa, Che un figlio dovrebbe condividerla con l’arte

Che per fare bene una cosa, a volte, è necessario farne solo una.

Marina che è già morta almeno tre volte,

e resuscitata cento.

Marina che lava un quintale di ossa per ventiquattro ore.

La guerra nei Balcani.

L’orrore della sua guerra, della guerra, di ogni guerra.

L’odore fetido della carne putrescente di ogni strage d’innocenti, nell’iconica Venezia.

Marina imprevedibile.

Seduta per tre mesi sette ore al giorno,

alla sua età corre il rischio di guardare negli occhi gli sconosciuti.

Marina presente, passato e futuro, nel medesimo istante.

Marina che adesso insegna tutto quello che ha imparato.

Sopravvivere al rumore del mondo.

Marina martire.

Marina Santa.

Marina che sempre divide e unisce.

Marina che salda la sua vita all’arte, fondendole.

Marina come lei nessuno.

Marina come lei nessun altro.

Marina che non si potrà mai spiegare solo attraverso un amore,

a meno che questo Amore non si chiami arte.

Marina Abramovic,

 

Belgrado, 30 Novembre 1946. Artista.

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