
Parlare di cibo per parlare d’altro Alice Babette Toklas e GertrudeStein
Alice Babette Toklas è una ragazza nata a San Francisco e vissuta a Parigi, una donna minuta con grandi occhi scuri e baffi lanuginosi sul labbro superiore. Ama cappelli vistosi, orecchini zingareschi e abiti su misura.
Per Gertrude Stein è fin dall’inizio un’amante desiderata, pur con la discrezione che l’ambiente circostante richiede. Parigi è, ai primi del Novecento, la sola città in grado di accoglierle. Due fate accigliate, ma di intelletto non comune. Raffinate, saffiche, che in anticipo di un secolo si considerano sposate. Dal loro salotto di 27 rue des Fleurus passeranno, tra gli altri, Picasso, Hemingway, Scott e Zelda Fitzgerald, Cocteau, Man Ray e Matisse. Alice cucina, fa le pulci alla servitù, raccoglie ricette e le custodisce in una scatola sotto il letto. Quando gli invitati, sempre troppi, se ne vanno Gertrude scrive. Sembrerà bizzarro, ma la leonessa delle avanguardie in casa dipende da Alice, al pari di un marito disorganizzato. La Toklas fu per Gertrude anche dattilografa, ufficiosamente amante e comunque un riferimento per pareri e consigli. Alla morte di Gertrude Stein un editore chiese ad Alice di scrivere le sue memorie, lei si schermì dicendo che al massimo sarebbe stata in grado di scrivere un libro di cucina. E libro di cucina fu. “I biscotti di Baudelaire” uscì in America, nel 1954, con il titolo “The Alice B. Toklas Cookbook”, ma è molto di più di un libro di ricette distribuite con apparente noncuranza. Vi si legge del branzino decorato con uova sode, tartufi ed erbe tritate servito a Picasso, che provocò nell’artista la memorabile reazione: “Non sarebbe stato meglio prepararlo in onore di Matisse?”; delle uova di Francis Picabia, il solo pittore dal quale riuscì ad avere una ricetta, della crema di Josephine Baker, della minestra di alloro di Dora Maar, del caffè di James Joyce, degli gnocchi alla romana di Fernanda Pivano Sottsass e del pollo Vent Vert di Pierre Balmain. Alice sapeva che il solo modo per imparare a cucinare è cucinare e continuò a farlo anche con il razionamento imposto dalla guerra quando con Gertrude si ritirò nella campagne di Bilignin. “Fu allora che cominciarono gli assassinii in cucina” – scrive l’autrice – “la prima vittima fu una bella carpa, il pescivendolo che me la vendette disse che non aveva tempo per ammazzarla, toglierle le scaglie e pulirla, né mi volle dire con quale di queste tre orribili e necessarie incombenze fosse meglio cominciare”. Alice Toklas si inserisce a pieno titolo tra i pionieri del food writing. È la pratica raffinata di parlare di cibo per parlare d’altro. La storia della letteratura ce lo insegna. Sarebbe potuta diventare una grande scrittrice ma poco le importava, dopotutto. Confidò il progetto editoriale solo a due amici. Il primo rispose allegramente: “Divertente!”. L’altro le chiese, imbarazzato: “Ma, Alice, hai mai provato a scrivere?”. Come se un libro di cucina che parla dei biscotti di Baudelaire non avesse a che fare con lo spirito della letteratura.
