E tu che cappelletto sei?

Tra le ricette più genuinamente tradizionali delle festività natalizie, i cappelletti in brodo sono una delle preparazioni più famose e apprezzate della cucina italiana. Farciti con differenti ingredienti a seconda delle aree geografiche, sono il frutto tutto italiano dell’incrocio tra tradizione e cultura popolare che abbina con sapienza prodotti locali e antiche ricette: una vera e propria magia di saperi e sapori!

Da non confondere, mi raccomando, con il cugino tortellino!

Benché apparentemente molto simili infatti, cappelletti e tortellini hanno significative differenze che li “dividono” e da sempre accendono una gastronomica rivalità!

Il tortellino, specialità nata a Castelfranco Emilia, a metà fra Modena e Bologna, contiene lombo di maiale, prosciutto crudo e mortadella. Invece il cappelletto romagnolo (e in particolare ravennate) racchiude al suo interno solo formaggi: solitamente ricotta abbinata a un formaggio tenero come casatella o raviggiolo, oltre al Parmigiano Reggiano.

Altra sostanziale differenza sta nella forma delle due paste.

Mentre il turtlèn assomiglia a un ombelico, il caplèt deve il suo nome proprio alla tipica forma di un copricapo indossato dalla gente di campagna, con cupola pronunciata e tesa corta (la “galonza”), per questo ribattezzato “cappelletto”.

Insomma, scambiare un caplet per un turtlèn è un po’ come confondere Sangiovese e Lambrusco!

Le origini della ricetta del cappelletto sono antiche, tradizionalmente e storicamente legate all’Emilia-Romagna. La prima testimonianza ufficiale dei Cappelletti romagnoli è databile al 1811: in quell’anno l’allora Regno d’Italia promosse un’indagine sulle tradizioni, le usanze, i dialetti e le superstizioni degli abitanti delle campagne. Utilizzando le informazioni fornite da sacerdoti, insegnanti e podestà, il prefetto di Forlì provvide a stendere un rapporto finale in cui si trova un sorridente accenno ai Cappelletti.

“A Natale – scrive il Prefetto Staurenghi – presso ogni famiglia si fa una minestra di pasta col ripieno di ricotta che chiamasi di cappelletti”. “L’avidità di tale minestra è così generale, che da tutti, e massime dai preti, si fanno delle scommesse di chi ne mangia una maggior quantità, e si arriva da alcuni fino al numero di 400 o 500. Questo costume produce ogni anno la morte di qualche individuo per forti indigestioni“.

Il ripieno In Emilia Romagna il ripieno prevede un “compenso”, cioè un ripieno misto di formaggio (ricotta e altro, per esempio il parmigiano) e petto di cappone. Ne parla anche Pellegrino Artusi nel suo libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” indicando nel ripieno di ricotta e il petto di cappone o il maiale “ il modo più semplice di farli onde riescano meno gravi allo stomaco”(!).

Poco più a Nord, esattamente nella zona di Faenza, invece, non è prevista la carne nel ripieno ma solo i formaggi.

Da quest’area la tradizione del cappelletto si è poi diffusa nel corso dei secoli, diventando un piatto tipico anche in altre regione limitrofe come Marche e Umbria.

Qui la ricetta tipica prevede un ripieno composto da formaggio e carne mista, tra cui vitello, tacchino e maiale. Immancabile il chiodo di garofano e la noce moscata!

Ai Cappelletti è spesso associato il rituale di prepararli nelle case, chiuderli insieme, ritrovarsi in famiglia alla vigilia delle feste e chiacchierare intorno alla tavola, mentre si lavora la sfoglia sul tagliere e si distribuisce il ripieno sul disco dorato coinvolgendo nella chiusura dei cappelletti anche i bambini. Una volta venivano preparati l’8 dicembre, per poi congelarli e cuocerli in brodo il giorno di Natale.

Quale che sia la ricetta che sceglierete, tradizione vuole che i cappelletti si facciano a mano e si facciano insieme!

Se poi siete così abili e coraggiosi da voler provare a replicare una ricetta da chef ecco due proposte per voi: Pellegrino Artusi e Marco Gubbiotti.

Cosa state aspettando? Scaldate i muscoli delle braccia e spolverate il matterello..

Redazione


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