Rubrica

Su di giri storie di vinili

Franco Battiato – La voce del padrone

Aldo CanaliBy Aldo Canali|In Ascoltare|12 Minuti

Questo articolo è stato scritto a fine aprile, prima della morte di Franco Battiato. Nei giorni successivi alla sua morte avevo deciso di non pubblicarlo, poi ho cambiato idea. Battiato se ne è andato, è vero, ma è semplicemente altrove, dove del resto è sempre stato.

Nel 1989 avevo diciassette anni, impaziente mi aspettava la vita e già mi chiedevo cosa sarebbe rimasto degli anni 80, di quegli anni bucati e distratti, interrogandomi con una certa inquietudine se avremmo continuato a prendere l’aereo e il treno senza saltare in aria, a usare profumi e deodoranti senza bucare l’ozono e a mangiare insalata ascoltando Beethoven e Sinatra. Per chi non lo sa o non lo ricorda gli 80 sono stati gli anni delle stragi di Bologna e di Ustica, dell’effetto serra e di Černobyl, della rivolta di Piazza Tienanmen, del crollo del muro di Berlino e di molte altre cose. Si sa, è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore, ma oggi, a distanza di molti anni da quegli eventi ho un’idea sicuramente più distaccata di quell’epoca di pazzi. Per la verità non è che abbia chissà quali certezze (il tempo cambia molte cose nella vita), ma almeno di una cosa sono sicuro: la colonna sonora che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, mi riporta in pieno a quel tempo è La voce del padrone di Franco Battiato.

Ascoltare oggi La voce del padrone, se possibile, è ancora più stupefacente di allora.

In un album di soli trentuno minuti Battiato condensa sette brani capolavoro strabordanti di invenzioni, nel segno di un elegante pop orchestrale con spruzzi di punk e new wave, testi geniali infarciti di letteratura, citazioni colte, critica sociale, riferimenti alla filosofia e alla religione. L’album esce il 21 settembre 1981 ed è spiazzante fin dal titolo, che contemporaneamente si riferisce all’etichetta discografica, la EMI italiana (fino al 1967 chiamatasi appunto La voce del padrone), all’omonimo libro di Stanislaw Lem (quello di Solaris) e al pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff, filosofo e mistico armeno vissuto tra ‘800 e ‘900. In copertina, racchiusa in un passpartout blu oltremare, c’è una foto rielaborata graficamente che ritrae Battiato di fianco, sospeso su una sedia che non c’è, in levitazione, contornato tra le palme sullo sfondo e la Via Lattea, a suggerire un collegamento ideale tra la dimensione delle origini (la Sicilia) e un ordine superiore (il Cosmo).

L’inizio è di quelli col botto, Summer on a solitary beach, un elegia malinconica del tempo d’estate che richiama alla memoria una vacanza su una spiaggia solitaria, una specie di miraggio metafisico fuori dal tempo. Una musica suadente ed esotica evoca un passato remoto (Passamo l’estate..), con  un desiderio di abbandono e di fuga che rimane al presente (Mare.. portami lontano a naufragare..). Le Grand Hotel Sea-gull Magique, con il suo nome roboante e felliniano entra di diritto tra i luoghi mitici in cui abbiamo soggiornato nella nostra immaginazione. Dal ricordo nostalgico si passa all’attualità con Bandiera bianca, una critica feroce che prende di mira i minima immoralia della società contemporanea e anticipa clamorosamente gli anni dello yuppismo rampante, la crisi delle ideologie e la corsa al denaro. Il ritornello (Sul ponte sventola bandiera bianca), cantato in alternanza da Battiato al megafono e dal coro dei Madrigalisti di Milano, fa riferimento ad una poesia di Arnaldo Fusinato, L’ultima ora di Venezia (..il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca..).

Dopo il bagno di realtà, il desiderio di staccarsi dalle miserie del quotidiano torna prepotentemente con Gli uccelli, un capolavoro assoluto di arrangiamenti di ispirazione classica, con testi davvero magnifici, probabilmente ispirato all’Elogio degli uccelli di Giacomo Leopardi.

Tra i brani dell’album è forse quello che rappresenta in maniera più compiuta l’ambizione di Battiato: l’idea che la musica pop per raggiungere un maggior numero di uditori anziché abbassarsi di livello debba elevarsi, prova ne è il finale strumentale che simula il gorgheggio degli uccelli e chiude il lato A del disco, semplicemente straordinario.

Il brano che apre il lato B è Cuccuruccucù, una canzone matrioska che straborda di citazioni, Il mare nel cassetto di Milva, Le mille bolle blu di Mina, Il mondo è grigio il mondo è blu di Eric Charden (nella versione italiana riproposta da Nicola di Bari) a cui nel finale vanno ad aggiungersi Beatles, Rolling Stones, Chubby Checker e Bob Dylan. Il titolo stesso del brano è una citazione di Cuccurucucù Paloma, una canzone del cantautore messicano Tomas Méndez, che richiama con un’onomatopea il verso delle colombe (di nuovo gli uccelli), una metafora sull’amore che vola via. Nel sound trascinante spiccano la batteria robotica di Alfredo Golino, i vocalizzi impossibili attribuiti a Giuni Russo e le incredibili linee di basso di Paolo Donnarumma. Segue Segnali di vita, che alterna una ritmica squadrata a momenti sospesi, con la voce impostata di Battiato che aleggia tra gli archi, pianoforte e intermezzi di oboe. Un brano raffinato e stupendo sulla necessità di cambiare, che nasconde un’inquietudine tutta new wave, tra echi sparsi di Bowie, Roxy Music e Cocteau Twins. È il momento di Centro di gravità permanente, forse il brano di maggior successo di Battiato, trascinante, ballabile, cantabile, semplicemente perfetto.

Sfilano come in una passerella personaggi favolosi pescati dalla storia, dalla finzione e dalla letteratura, entrati in maniera indelebile nel nostro immaginario: una vecchia bretone, contrabbandieri macedoni, gesuiti e capitani coraggiosi.

Il centro di gravità permanente agognato da Battiato è uno stato di coscienza teorizzato da Georges Ivanovič Gurdjieff, un punto di osservazione stabile che consente di guardare alle cose del mondo senza correre il rischio di esserne travolti. Chiude l’album Sentimiento nuevo, un brano apparentemente più leggero, nonostante sia disseminato di citazioni classiche, una dedica all’amore erotico e passionale che ci tiene in vita e fa muovere il mondo.

L’album, dopo un avvio tiepido, letteralmente esplode nella classifica italiana dove si installa per diciotto settimane. Il singolo Bandiera bianca/Summer on a solitary beach va a rotazione continua nelle radio e nei juke box, diventando la colonna sonora dell’estate dell’82, l’anno dell’Italia campione dei mondiali. Il successo commerciale è enorme, sarà il primo album nella discografia italiana a vendere un milione di copie.

Tanto è stato detto su La voce del padrone, ma c’è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi. Battiato a soli diciotto anni lascia Ionia, il piccolo paese siciliano in cui è nato e dopo una breve permanenza a Roma approda a Milano per realizzare il sogno di diventare musicista. Entra nella cerchia di Paolo Poli, Enzo Jannacci e Bruno Lauzi e soprattutto di Giorgio Gaber, che lo consiglia e lo propone alla casa discografica Ricordi. Dopo aver oscillato tra il genere di protesta e il filone neo-romantico, Battiato decide di imboccare la strada impervia della sperimentazione, dividendo aspramente pubblico e critica.

Su quel periodo sperimentale il critico musicale Riccardo Bertoncelli ha scritto che Battiato entrava in scena, accendeva uno stereo con musica assurda e se ne andava, con il pubblico che lo rincorreva inferocito.

Dopo una serie di alti e bassi decide consapevolmente di prendersi il successo, fa quadrato con il violinista-compositore Giusto Pio (che sarà coautore delle musiche e degli arrangiamenti), si chiude nello studio del chitarrista e produttore Alberto Radius e tira fuori La voce del padrone. È incredibile pensare che appena tre anni prima della svolta Battiato aveva partorito L’Egitto prima delle sabbie, un album dedicato al mentore Karlheinz Stockhausen e composto da due soli brani strumentali consistenti nella ripetizione di scale e coppie di accordi (!). Sarebbe un errore però credere che al successo Battiato sia arrivato accettando compromessi o semplificazioni, a ben guardare non c’è niente di semplice ne La voce del padrone, al di là della sua apparente immediatezza. È un album che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, stupisce per ambizione, coraggio e originalità, caratteristiche che anche negli anni a venire distingueranno la produzione di Battiato, dai progetti colti agli album a vocazione più commerciale.

Per celebrare i quarant’anni dalla pubblicazione di quest’album imprescindibile il 23 marzo scorso (giorno del compleanno di Battiato) la Universal Music Italia ha dato alle stampe una versione remixata da Pino «Pinaxa» Pischetola, il top engineer del suono milanese, braccio destro di Battiato alla produzione dal 1998, fin dai tempi di Gommalacca, a cui sono seguite due spettacolari edizioni in vinile colorato blu e arancione a tiratura limitatissima. Nel caso in cui non siate riusciti ad accaparrarvele non disperate, provate a cercare in soffitta o in cantina, non è escluso che rovistando nei cassetti, tra rasoi elettrici, occhiali da sole e penne stilografiche possiate trovare una vecchia copia.

Se il disco salta fuori, dategli una bella spolverata, caricatelo sul piatto e avviate il giradischi. Scoprirete che ancora oggi, proprio come allora, è bellissimo perdersi in questo incantesimo.