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Su di giri!storie di vinili
Talking Heads Remain in Light
Un bizzarro collage, quattro fototessere ritagliate che ritraggono tre uomini e una donna con i volti nascosti da una maschera di pixel rossi, un’immagine grottesca che rimanda a un’identità aggredita da un qualche morbo cibernetico, a serio rischio di cancellazione. Sfondi azzurrini e bande nere richiamano lo schermo televisivo, sopra la scritta “T∀LKING HE∀DS”, le A rovesciate a causa di un qualche strano cortocircuito, e sotto “REMAIN IN LIGHT”. Teste parlanti quindi, che anche se oscurate hanno qualcosa da dirci. Un messaggio imperativo: “rimani nella luce”. Un’esortazione ad esporsi nonostante tutto, a non scomparire? Oppure un invito a resistere, a non farsi oscurare dal sistema? Quattro foto listate a nero, sembra una crudele parodia della copertina di Let it be dei Beatles, pubblicato esattamente dieci anni prima e che dopo le sperimentazioni precedenti doveva segnare il ritorno dei Fab Four ad una visione semplice del rock&roll, invece fu il progetto che li distrusse definitivamente, ultimo disco della loro carriera.
È il 1980, l’anno in cui Ronald Reagan batte Jimmy Carter e vince le presidenziali in USA. Nel mese di settembre è scoppiata la guerra Iran-Iraq, l’anno prima l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan, siamo nel pieno della Seconda Guerra Fredda, il mondo sta per essere invaso dai personal computer e rischia la distruzione mutua assicurata.
Remain in light viene pubblicato dalla Sire Records l’8 ottobre 1980, è il quarto album in studio dei Talking Heads, gruppo formato da Jerry Harrison, David Byrne, Tina Weymouth e Chris Frantz, rispettivamente chitarrista, cantante, bassista e batterista (da sinistra a destra nella foto).

I quattro iniziano la loro avventura musicale nel 1974 a New York, all’epoca capitale mondiale dell’arte contemporanea e delle nuove avanguardie nelle arti visive e grafiche, e tra il 1977 e il 1980 piazzano quattro album folgoranti, dall’esordio intitolato 77, seguito da More Songs About Building And Foods e da Fear Of Music, a Remain In Light, considerato il loro capolavoro.
Le canzoni di Remain In Light nascono dalle suggestioni di Chris Frantz e Tina Weymouth (marito e moglie), che all’inizio del 1980 avevano deciso di fare una lunga vacanza ai Caraibi per riflettere sul loro matrimonio e sulla crisi che minava il gruppo, sempre più schiacciato dalla creatività ingombrante di David Byrne. Nel loro tour i due vennero coinvolti in numerose cerimonie voodoo haitiane e in Giamaica conobbero il duo di musicisti ritmici Sly & Robbie, che li introdusse alle poliritmie, alla musica tradizionale Yoruba e all’Afrobeat di Fela Kuti. Alla fine delle vacanze, Frantz e la Weymouth acquistarono un appartamento sopra i Compass Point Studios a Nassau, dove la band aveva registrato il secondo album, More Songs About Buildings and Food e lì, raggiunti da Harrison, cominciarono a eseguire jam strumentali, usando la canzone I Zimbra (da Fear of Music) come punto di partenza. Byrne raggiunse il terzetto in primavera, seguito di lì a poco da un riluttante Brian Eno, dapprima non molto motivato a lavorare di nuovo con il gruppo dopo aver collaborato ai due loro album precedenti, ma che cambiò idea non appena ebbe ascoltato i demo strumentali. Le tecniche produttive di Brian Eno furono fondamentali per l’ideazione dell’album, gli strumenti vennero registrati uno per volta in un processo discontinuo. I loop e le ripetizioni di battute ebbero un ruolo fondamentale, in un periodo in cui i computer non potevano ancora svolgere adeguatamente queste funzioni. Byrne, spiazzato dal nuovo materiale, registrò tutte le tracce su audiocassetta e andò in Africa per tentare di vincere il blocco dello scrittore che lo affliggeva. Si accorse che, quando i musicisti africani dimenticavano le parole, improvvisavano e spesso ne inventavano di nuove. Il cantante usò un registratore portatile e cercò di creare rime onomatopeiche nello stile di Eno, che non considerava il testo il punto centrale del significato di una canzone.

"Ascoltavamo quel poco di pop africano che era disponibile come Fela Kuti, King Sunny Adé, qualche registrazione sul campo"
ha detto Byrne alla Library of Congress nel 2017. «Non volevamo imitarli. Decostruivamo ogni singolo elemento e nel mezzo del processo abbiamo cominciato a capire che in un certo senso stavamo reinventando la ruota. Il risultato era sì affine all’Afro funk, ma ci eravamo arrivati facendo un giro largo. E naturalmente la nostra versione era lievemente… fuori. Non suonavamo nel modo corretto, ma sbagliando abbiamo creato una cosa nuova».
Nel frattempo, parte della produzione fu spostata agli studi Sigma Sound di Philadelphia, dove fu coinvolto Adrian Belew, chitarrista che in seguito sarebbe entrato nei King Crimson. Per la registrazione dei cori Harrison invitò Nona Hendryx, che seguì le indicazioni date da Byrne, Frantz e la Weymouth, spesso affiancandosi a Byrne e Eno. Dopo aver registrato le voci, il gruppo passò alle sovraincisioni. Il trombettista Jon Hassell eseguì le parti per corno e tromba. Nell’agosto 1980 metà dell’album fu mixato da Eno e dall’ingegnere del suono John Potoker a New York, con l’assistenza di Harrison, mentre l’altra metà venne mixata da Byrne e dall’ingegnere del suono Dave Jerden agli Eldorado Studios di Los Angeles.
La copertina venne ideata dalla bassista Tina Weymouth e dal batterista Chris Frantz, che attraverso conoscenze al MIT di Boston riuscirono ad avere su floppy disc (!) una serie di fotografie che furono girate al designer ungherese Tibor Kalman (che nel 1993 diventerà direttore fondatore della rivista “Colors” di Benetton). Questi sovrappose le maschere tribali sui volti dei Talking Heads, che rimasero esterrefatti ed entusiasti. Byrne nel 1995 disse che “sembrano maschere africane disegnate da qualche bambino al computer. Una specie di techno-maschere che nascondono alla perfezione la musica del disco”. Sul retro della copertina uno stormo di aerei, si tratta di caccia statunitensi Grumman TB-3 Avenger. La foto fu scelta perché cinque di questi aerei scomparirono nel 1945 sorvolando il Triangolo delle Bermuda. “Una storia spettrale ed enigmatica che poteva raccontare molto bene il sound dell’album”, dirà David Byrne, anni dopo la pubblicazione del disco.

Il disco si apre con Born Under Punches (The Heat Goes On) e ci troviamo catapultati in un pazzesco groove afro disco, al cospetto di un predicatore (Byrne) che declama frasi allucinate attorniato da un branco di scimmie dispettose. Un basso slappato regge il tempo, tra sintetizzatori, percussioni frenetiche e una chitarra che sembra lanciare segnali di emergenza in codice morse. Segue Crosseyed and Painless, brano scandito da un basso gommoso, inframmezzato da una chitarrina insolente e da suoni effettati che sfrecciano a destra e a sinistra, con Byrne sull’orlo di una crisi di nervi che alterna un cantato convulso a strofe sognanti. È il momento di The Great Curve, che chiude il primo lato del disco e che raggiunge il picco assoluto di frenesia dell’album. Il brano è giocato sul botta e risposta tra la parte solista di Byrne e le voci in controcanto, che si rincorrono su una base ritmica vertiginosa. C’è anche lo spazio per un urticante assolo di chitarra di Belew (che l’anno dopo porterà in dote l’esperienza ai King Crimson di Discipline), che apre ad un finale che lascia senza fiato, con un incredibile caleidoscopio di voci sostenuto in un crescendo parossistico di oltre tre minuti chiuso dal secondo assolo di chitarra, stavolta del Talking Heads Harrison.Il secondo lato si apre con Once In A Lifetime, forse il più famoso dei brani dei Talking Heads insieme a Psychokiller e a Road To Nowhere, all’epoca accompagnato da un video iconico lanciato nell’agosto del 1981 dalla neonata Mtv e che oggi è esposto al MoMa di New York. Per il testo Byrne si ispirò a discorsi di evangelisti registrati alla radio.
"E potresti ritrovarti a vivere in una baracca di fucili. E potresti trovarti in un'altra parte del mondo. E potresti trovarti al volante di una grande automobile. E potresti trovarti in una bella casa, con una bellissima moglie. E potresti chiederti: "Beh ... come sono arrivato qui?"
Il ritmo scende con i due brani successivi. Houses In Motion, dall’andamento reggae, con Byrne che alterna un parlato dimesso a pose da predicatore e Jon Hassel che con la tromba barrisce nel finale (Elephant Talk?). See And Not Seen è un brano dall’atmosfera ambient, un trionfo di claps e suoni sintetici che avvolgono il parlato sommesso di Byrne, una divagazione su un’identità che si nasconde dietro una maschera. È il momento di Listening Wind, un brano avvolgente con un andamento reggae, che con le sue melodie orientaleggianti e gli echi di chitarra ispirerà Wrapped Around Your Finger dei The Police. Il finale dell’album è affidato a The Overload, un brano che è un omaggio ai Joy Division e che ha dell’incredibile, considerato che i Talking Heads lo composero solo sulla base di recensioni e testimonianze indirette, senza avere ascoltato nulla di quanto prodotto dal gruppo di Ian Curtis. Un brano tetro e ipnotico che suona come un requiem, con la voce distaccata di Byrne che scende in profondità avvolta da loop di chitarra, tremiti e pulsazioni sonar. A distanza di oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione Remain in light continua a stupire per il suo essere sfrontatamente avant-garde, tra new wave, funky e afrobeat, un funambolico passaggio a nord ovest tra pop-rock e World Music. Un album libero e sfrontato, singolare ed enigmatico, alieno per certi versi, che se fosse pubblicato oggi avrebbe ancora la forza di resettare il sistema.
Un album essenziale, tra i più importanti della storia della musica, da avere, rigorosamente in vinile.


