Il Master di Ballantrae, Robert Louis Stevenson – 1888

“Era inverno; la notte era molto buia; l’aria straordinariamente limpida e pungente (...) ‘Vieni’- dissi al mio motore interiore -‘inventiamo un racconto, una storia che attraversi molti anni e paesi, che parli di mare e di terra, luoghi selvaggi e civilizzati..."

A causa della sua prosa limpida e del disegno chiaro dei caratteri e delle storie, i libri di Robert Louis Stevenson sono spesso accusati di essere così comprensibili da potere essere letti dai ragazzi.

Il piacere che provoca la lettura dei suoi romanzi d’avventura d’ambientazione spesso esotica dà quasi l’impressione che la sua arte non sia difesa da quella serietà inquieta e profonda che è il principale sotterfugio della maturità. Inoltre, le sue storie non si rassegnano mai ad essere una copia abbastanza fedele della vita umana e un resoconto così dettagliato dell’esistenza di classe da poter essere servito a freddo come semplice piatto di fatti.

Questa mancanza di realtà lo rende ancora più sospetto presso gli adulti più gravemente affetti da realismo che, di fronte a un gioco dell’immaginazione che non li faccia piangere per tutti, sono troppo spaventati dal rischio di divertirsi troppo e sospettano che i suoi romanzi, di tipo avventuroso ma di intenzione edificante, confinino troppo pesantemente con lo svago.

Eppure, non sempre è sufficiente che le creazioni di uno scrittore appartengano al campo dell’invenzione, del piacere e del gioco per escludere che partecipino anche dell’umanità perché la fedeltà alle condizioni della natura e della vita umane non ha niente a che fare con la tecnica e lo stile.

Sono molte le persone che vivono l’esistenza umana ma non altrettante quelle che la conoscono. Stevenson, di certo, era uno di quelli che non solo la conosceva ma addirittura l’amava e solo chi ama veramente la vita può averne una visione profonda.

Se è vero che ciò che è profondo è anche serio, è difficile negare la serietà di intenzioni di Stevenson per il solo fatto che non sentì mai il bisogno di dare troppo la caccia agli abissi dell’esistenza per esprimere quella vita che amava, perché ciò che si sente si afferra facilmente.

Mentre scriveva i suoi romanzi, Stevenson fu molto sul mare.

Chi ama il mare sa che, del mare, non si può che amarne la superficie, osservarne la scorza, le increspature, adorare quell’apparenza liscia e lucida, credere alla limpidezza della sua forma immensa, ai suoni, ai canti, ai rumori aerei e all’intera apparenza di quello che il mare nasconde all’esterno perché, senza superficie, non sarebbe più mare.

Il navigante può fare a meno di conoscere gli abissi ma non i venti che soffiano sopra la distesa d’acqua perché non c’è bisogno di conoscere sempre tutto. Più importante è esserci.

Nonostante la continua minaccia della malattia e della morte, Stevenson imparò dal mare ad amare la vita, tanto da sentire che i suoi significati nascosti e i rischi della profondità non valevano la perdita del piacere della superficie, della gioia di muoversi dalla parte esterna del globo, di scendere a terra con dei soldi in tasca e comprarsi della frutta, darsi arie, sgranare gli occhi dietro le ragazze e stare nei porti dove si riflettevano le stelle oppure al rumore delle vele sbattute dal vento all’avvicinarsi delle tempeste insieme a uomini condannati ad essere sballottolati tutti insieme dal mare grosso, che la necessità e l’ardore spingevano ad azioni che non significavano niente per nessuno.

Eppure, sono le azioni, non i significati della vita a rendere brevi i giorni e interminabili le notti.

Il suo disinteresse per gli abissi gli fece scrivere romanzi d’avventura che contenessero l’esistenza non così come è, ma come appare, dalla parte esterna della vita, sopra quella superficie dove, per chi ama gli uomini, è ancora possibile restare in contatto con loro perché dentro gli uomini, come dentro il mare, non è possibile guardare.

Tra le diverse forme della superficie, una delle principali è il movimento.

Forse è per questo che molti personaggi di Stevenson, anche da fermi, sembrano sempre sul punto di andare, partire, scendere a vie di fatto, darci sotto, stare in campana, salire a bordo di una nave, rincorrere il vento, abbandonarsi alle sollecitazioni del caso,percorrere quasi per intero le contrade del mare e della terra e gli interi flutti della vita e battersela verso isole e continenti che hanno sempre il pregio della lontananza.

Tra tutti i soggetti, quelli in movimento sono di certo i meno composti e costumati. Forse è per questo che in pochi scrittori si trova un così grande numero di malvagi come nei romanzi di Stevenson, perchè il male è più dinamico e laborioso della bontà e forse nessuna storia comincerebbe se dietro non ci fosse qualche gaglioffo che pensa di averci da guadagnare.

Tra i vari ribaldi, pirati, contrabbandieri, fuori legge, ciurmaglie criminali, sgherri di mare e di terra e “fuorviati spargitori di sangue umano” di cui sono inzeppati i suoi romanzi, uno dei malvagi più solerti e dinamici è James Duries, il Master di Ballantrae.

Erede unico di titoli e beni di un’antica e potente casata scozzese, i Duries di Durrisdeer e Ballantrae, dopo aver preferito sprecare più soldi di quanti non volesse perdere tempo a contarne, annoiato dal buon senso e dalla modernità, piuttosto che imparare dal vecchio padre a non avere di meglio da fare che restare imbacuccato accanto al fuoco a caricare i terreni di ipoteche, James Duries capisce che sarebbe stato molto più felice e realizzato se avesse potuto rischiare la vita scorrazzando per il mondo con gente senza legge. Decide così di mettersi a fare l’uomo meno paziente del mondo e di passare la vita a fare precisamente ciò che gli fosse frullato per la testa cercando di prosperare sul suo poco buon senso molto più che sull’umana ragione. Dopo aver dimostrato di saper essere un uomo abbastanza malvagio da farsi adorare facilmente dai peggiori sgherri di almeno tre continenti, ottiene di fare carriera come capo di pirati, socio di contrabbandieri, spia del governo e amico di un rajah debellato in India.
Tuttavia, ogni volta che si ritrova irrimediabilmente impantanato nelle acque di acquitrini impraticabili o tra sterpaie impervie e capisce di essere sul punto di lasciare definitivamente le sue ossa in qualche deserto da belve si accorge che la sua perversità non gli ha portato molta fortuna. Allora, si ricorda di essere un allocco e di avere un fratello minore, Henry, del quale fa conto meno di un cavolo ma che, nel frattempo, si è rivelato l’unico della famiglia capace di imparare qualcosa dalla modernità tanto da evitare di mandare minuziosamente in malora i beni e il nome della casata dei Duries grazie all’aiuto di un amministratore stipendiato, insieme al quale ottiene che le entrate annue siano abbastanza superiori alle spese da poter permettere a tutta la famiglia di essere finalmente felice.
Tanto basta perché James giuri di vendicarsi e di dare il tormento al povero Henry, un buon ragazzo onesto e positivo che, dopo essere venuto a sapere che il fratello è morto in almeno mille modi diversi, ogni volta se lo rivede comparire davanti, con gli stivali sempre più bucati, solo per il gusto di chiamarlo spilorcio cane e minacciarlo di impugnare i suoi diritti davanti al tribunale se non gli avesse concesso le somme enormi necessarie a mantenere la sua smisurata perversità.
Nonostante il povero Henry si dimostri capace di prendere le cose con così tanta pazienza da fare di tutto per evitare il conflitto, finisce per non poter proprio fare a meno di ritrovarsi con la spada piantata nelle viscere del fratello, l’elsa sullo sterno e il sangue in faccia.

Dopo che James, ovviamente, è ancora vivo, il terrore di Henry per il fratello comincia a crescere fino quasi a fargli perdere la ragione finché non ritrova, se non proprio la lucidità, almeno qualcosa che gli somiglia molto: un buon avvocato con la consulenza del quale fugge con tutta la famiglia a New York (che James definisce “un buco dove un titolo, anche se male acquistato, basta per abbagliare la gente”) dove Henry impara finalmente un po’ di pragmatismo.

Delle avventure intime di James Duries si sa poco o niente. La sua stessa malvagità sembra essere un semplice vizio di non voler essere buono ma, per il resto, Stevenson non lancia neanche una parola ai sentimenti che lo muovono ed evita accuratamente gli inconvenienti del sentimento e della psicologia. In James Duries sembra non esserci niente che faccia parte dell’anima, nessun ideale, fede, amore e neanche vero odio.

Tutto ciò che si riesce a sapere del suo cuore sono i peccati che avrebbe dovuto avere sulla coscienza, ma nel Master di Ballantrae non è specificato se James Duries ne abbia veramente una. Il suo è un personaggio del tutto esteriore e il suo ritratto dall’esterno dell’esistenza è talmente rimpinzato di fatti che le azioni sembrano essere la sua unica forma di pensiero. Anche quando si tratta di scegliere se segarsi la gola l’un l’altro con il suo compare o essere amici per la vita, James Duries non pensa. In disprezzo dell’umana ragione, lui fa prillare una moneta.
Di lui non si conoscono altro che le vaste notizie delle sue imprese sciagurate e talmente impossibili da risultare, però, del tutto credibili perché, liberato dal complesso del realismo, tutta la verità che Stevenson toglie dai fatti la mette nello spazio intorno a questa figura che assume tratti di una chiarezza così illuminante da dominare la nostra immaginazione.

 La sua coerenza levigata e perfetta, impossibile a qualunque realtà, acquista vita e potenza tali che la mancanza di verità del personaggio sfida qualsiasi scetticismo.

Così come in una statua dai tratti ideali tutta la naturale durezza del marmo cede il posto al vuoto levigato intorno alla figura sotto i pesanti colpi del martello e tutto il peso del tormentato blocco rimane nella polvere, così

il grande sforzo di perfezione del personaggio di James Duries sta tutto nascosto nella superficie dei suoi tratti luminosi come scritti sulla distesa del mare da cui scaturisce una grande forza, come dalla limpidezza di un vasto paesaggio visto da un’aquila in volo.

Di certo, la perfezione del personaggio è ben lontana dalla sua perfezione morale. Il suo modo di fare non si accorda con nessuna giustizia divina né umana. Stevenson non sapeva dire se Dio esistesse, ma sapeva per certo che c’è una sola legge morale nell’universo e niente fa pensare che la malvagità e le mani un po’ troppo colorate di rosso di James Duries la rispettassero riga per riga.

Tuttavia, la fede di Stevenson nella bontà non era abbastanza incrollabile da renderlo disposto a credere, con i suoi contemporanei, che le moderne virtù vittoriane di Henry della moderazione, il buon senso e la dedizione agli affari  gocciolassero meno visibilmente di sangue umano rispetto ai peccati di James “i cui frutti, se li potessimo seguire lontano, giù per la rapida cateratta del tempo, potrebbero parerci più santi di quelli delle più rare virtù”.
James ha il difetto di essere nato per fare il tiranno in un tempo un po’ troppo moderno per riuscire ancora a trovare edificanti le sue pretese inesorabilmente aristocratiche di possedere tutto, piuttosto che nulla, e di avere sotto di sé “schiavi da comandare come comandava i poteri del suo corpo e della sua anima”. Henry invece, in confronto al fratello, con la sua specchiata onestà, ha solo il leggero difetto di non esistere. Tanto basta perché la sua bontà preconfezionata non sia sufficiente per mettere nel mondo tutti quei benefici che la morale corrente gli attribuiva tanto pacificamente.

Tuttavia, Stevenson non volle mai atteggiarsi a pensatore. Il Master di Ballantrae si tiene alla larga dalla soglia dei troppi significati e non si lascia disturbare dalla morale.

Il vero e unico ferro del mestiere di scrittore di Stevenson è il gioco dell’invenzione tale che in ogni carattere, ogni scena e nell’ossatura stessa del libro c’è sempre qualcosa che piace all’immaginazione.
Questo piacere è l’unico grande strumento con cui, senza bisogno di dare la caccia ai concetti, Stevenson ottiene che il lettore possa uscire dalla propria personale natura di ogni giorno e sentire tutta la forza di quel destino tanto diverso dal suo dove si agita e scalpita tutta quella profonda conoscenza della vita che animò lui stesso, perché l’unica verità che Stevenson non smise mai di conoscere dalla nascita è che il più grande strumento della conoscenza, più della ragione, è l’immaginazione.

Per questo Stevenson è uno scrittore per ragazzi.

Perché solo un ragazzo, prima di ritrovarsi a quarant’anni con la pipa spenta in mano e la tabacchiera vuota seduto impalato con gli occhi lamentevoli a godersi il Successo della Vita, può essere ancora abbastanza maturo da trovare il coraggio di avere qualcosa da imparare dall’immaginazione.
Solo un ragazzo può essere ancora abbastanza maturo da sapere che, se crede di non avere  nulla da imparare dalla propria fantasia, non imparerà niente neanche dai fatti.
Solo un ragazzo può essere ancora abbastanza maturo da non essersi del tutto abituato a rifiutare quella forma di intelligenza che lo porta a cogliere le verità più profonde proprio in quel piacere dell’immaginazione del quale, come tutto ciò che è profondo, non si può negare la serietà.

Tuttavia, questo non esclude che i romanzi di Stevenson li possano comprendere persino i grandi.

Pochi anni prima che il Master di Ballantrae uscisse a puntate su una rivista, sotto un cielo limitrofo a quello britannico dal quale era stato ugualmente tolto il Paradiso, veniva pubblicato uno dei romanzi più seriamente maturi della letteratura. Dopo più di dieci centimetri d’altezza di pagine contenenti considerazioni filosofiche, dibattiti etici e teologici e questioni morali e politiche di ogni colore, il romanzo, finalmente, finisce. Nelle ultime sudate pagine c’è un uomo, colpevole per convenzione, che aspetta di essere condannato per l’omicidio di un padre che nessun buon senso né civiltà né progresso né ragione avevano saputo evitare. D’improvviso, in mezzo alla folla del tribunale che lo deve giudicare, per pochi istanti, si addormenta e sogna. Sogna un bambino. È un bambino che piange. Al suo risveglio il suo cuore si infiamma. Vede la donna che ama e vuole fare qualcosa, subito, immediatamente, perché non pianga più quel bambino. Allora gli viene voglia di vivere e di andare per una qualche strada verso la nuova luce che lo chiama, perché questo bambino povero non sia più povero e non pianga più e lo vorrebbe fare subito, immediatamente, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l’impeto dei Karamazov.

E’ questo paradiso infantile che deve a tutti i costi essere salvato a guidare lo sciagurato Dimitry Karamazof verso la nuova luce che si accende in fondo a quell’ultimo sottosuolo dal quale ogni Dio ha traslocato e a dargli l’assoluta certezza che anche in Siberia, in qualche miniera sottoterra riuscirà a lavorare per far rinascere con il sacrificio e la sofferenza un uomo nuovo e quella nuova verità che aveva visto in sogno, cioè che il dio oltre al dio è sempre il bambino.

Di certo, Dostoevsky non fu uno scrittore per ragazzi.

Eppure, il suo ultimo romanzo si conclude con ciò da cui Stevenson, in fondo, era sempre partito, e cioè la profonda fede nel fatto che meglio sarebbe tornare tutti bambini o ragazzi di nascita piuttosto che essere adulti artefatti.