L’origine delle specie, Charles Darwin – 1859

Dopo che Darwin ci ha fatto sapere che non discendiamo dagli angeli, la sua popolarità è cresciuta moltissimo.
Sua moglie, una donna religiosissima, fece di tutto per impedirgli di pubblicare L’origine delle specie suscitando una tale tempesta da camera da rischiare di cancellare in una sola notte millenni di evoluzione, se fosse riuscita a convincerlo.
In effetti, appena uscito, la teoria che l’uomo non fosse più il primogenito del creato suscitò in tutta Europa scandali culturali, parossismi ideologici e concitazioni emotive tali che Darwin divenne molto famoso per la sua idea.
Ancora oggi si stenta ad immaginare un mondo senza L’origine delle specie, un libro così inevitabile da risultare quasi ovvio.Questo libro contiene una teoria che tutti conoscono o pensano di conoscere, anche se questa difficoltà non la rende meno convincente.
La teoria è che gli esseri viventi non nascono divisi in specie ma ci diventano, attraverso un delicato meccanismo di selezione, esercitato dall’interrelazione degli individui con l’ambiente, tale da favorire la sopravvivenza dei più adatti ai delicati cambiamenti delle condizioni fisiche di esistenza che si sono effettuati nel lungo corso del tempo.
Idee così essenziali difficilmente riescono ad avere del tutto ragione o torto e questo spiega il grande dibattito che ancora oggi resta aperto intorno alla teoria dell’evoluzione.
Eppure, a Darwin non interessavano le idee.
Di certo, propose la sua teoria dell’evoluzione e la difese pazientemente contro tutte le critiche perché era convinto. che costituisse un importante progresso e un miglioramento nello studio della natura rispetto alla teoria della creazione.
Tuttavia, egli stesso non la prese mai come verità definitivamente accettata e sentì sempre il bisogno di essere critico con la sua idea, piuttosto che farne un santino da venerare come Gesù Cristo in persona. Lo stesso Darwin mostrò la via attraverso la quale sarebbe stato possibile a chiunque scardinarla:

“Se si potesse provare che una qualsiasi parte della struttura di una specie è stata formata per esclusivo beneficio di un’altra specie ciò distruggerebbe la mia teoria, perché quella parte non potrebbe essersi prodotta attraverso la selezione naturale”.

Parlava così perché a Darwin stava a cuore la fallibilità di ogni teoria, anche se quella teoria era la sua.
Per questo, nonostante l’importanza de L’origine delle specie consista in un’idea, non era questa che più lo interessava.
A Darwin interessavano le cose.
Noi siamo abituati a pensare che lo spirito sia staccato dalla materia e che il mondo non sia tondo ma a forma di piramide, con in alto le categorie superiori che negano importanza ai fenomeni da piano terra. Dio stesso non è che una conseguenza necessaria di questa lunga abitudine del pensiero a ragionare per vertici.

Tutto il lavoro di Darwin, invece, fu compiuto alla base della piramide. L’intuizione gli venne in un attimo, mentre percorreva in carrozza un certo pezzo di strada che si potrebbe misurare con una fettuccia.

In seguito, Darwin trascorse i successivi vent’anni anni a prendere nota sulle abitudini di animali e di piante e a rivedere appunti presi nei precedenti venti anni.
Gran parte della forza del suo ragionamento consiste nel fatto che Darwin era un uomo che pensava col taccuino.
Non si mise a sprecare sudore per negare la possibilità di un creatore e può anche darsi che Darwin fosse disposto a stornare per Dio l’accusa di inesistenza e scendere a patti con la creazione, ma a condizione che Dio se la smettesse di ragionare come Aristotele e di considerare la creazione in base alla fissità immobile di definizioni, classificazioni, gerarchie e categorie degli esseri sistemati dentro una planimetria della natura così compiuta da arredare più il cielo che la terra.
Piuttosto che definire e catalogare gli esseri e le loro parti, Darwin era interessato a svelarne le funzioni e a scoprire le manifestazioni e i moventi delle forze vitali mentre sono all’opera, perché la scienza non può mostrare la ricchezza della natura con semplici sommari.
Non negava la possibilità di un Dio con funzione di principio, ma il suo lavoro era quello di seguire e ricostruire le attuali e intricate linee delle forze che governano l’esistenza effettiva, nel loro vivo pulsare attraverso le creature.

Darwin non osservava le cose ma il movimento, non le qualità ma le azioni, non le condizioni ma le variazioni, non le forme ma le relazioni, non le leggi eterne immutabili ma le sequenze di fatti accaduti nel tempo, non lo stato astratto del semplice esistere ma le lotte concrete sostenute dagli individui e dalle specie nel lungo corso dei secoli.

Come per le teorie fisiche di Laplace, Dio era semplicemente un’ipotesi non necessaria perché Darwin non era interessato all’essere ma alle forze che producono e arginano il continuo eccesso di energia nella natura.
Ancora meno necessaria era l’ipotesi della creazione, perché ciò che realmente osservava era come in natura, molto più che creazione, tutto è distruzione e annientamento e l’annientamento richiede grandi sforzi.
Questi sforzi erano ciò che, soprattutto, gli stava a cuore.
Il metodo di avvicinare le idee alle cose accomuna, di fatto, la scienza alla poesia. Attraverso la concretezza dei colori che creano l’incanto dell’impressione diretta, la poesia ha il compito di raggiungere il calore più intimo e vigoroso della vita e rimodellare con esso immagini e parole diverse dal senso astratto e generale del linguaggio di ogni giorno. Solo così fa appello alle emozioni, perché nessuno può
rivolgere il proprio sentimento a un puro concetto.
Anche Darwin, ne L’origine delle specie, tenta di restituire quel movimento e cambiamento che sono i fatti primari della natura e della vita. Diversamente da un poeta, il suo metodo non ricorre alla fantasia ma alla ragione. Eppure, in lui resta vivo quello stesso interesse, pieno di comprensione e partecipazione per tutte le cose della natura, che anima la poesia.

Per questo motivo L’origine delle specie, oltre ad essere un libro molto famoso, è anche un libro bellissimo.

Darwin ci parla tutto il tempo di una sola idea, eppure L’origine delle specie è un libro sulle variazioni, sull’estrema sensibilità degli apparati, sulla fecondità dei bastardi che rivela la comune discendenza di tutti i colombi dal colombo terraiolo; sui vermi parassiti che prosperano nella massa di animali affollati; sulla solitudine della Lobelia Fulgens che non è mai visitata dagli insetti e, per questo, non produce semi; sulle forme favorite che aumentano di numero mentre le meno favorite diminuiscono; sulla rarità che prelude all’estinzione; sul disprezzo delle api per la viola del pensiero; sull’incapacità delle farfalle di fecondare il trifoglio a causa del loro peso troppo leggero per far abbassare i petali alari; sulla lotta del vischio contro altre piante per farsi divorare dagli uccelli e diffondere così i propri semi; sulle bernacce di Magellano che hanno la fortuna di avere piedi palmati, eppure non si avvicinano all’acqua mentre le folaghe, nonostante abbiano dita solo
leggermente bordate da membrane, sono del tutto acquatiche; sulla vescica natatoria di alcuni pesci che cambia funzione in quella di organo di respirazione o
accessorio dell’udito; sulla modestia dei fiori fecondati dal vento che rinunciano ai colori vivaci delle corolle, utili solo ad attirare gli uccelli; sul valore delle orecchie pendule e mosce; sui gatti bianchi che, se hanno gli occhi azzurri, nascono sordi ma solo se sono maschi; sui rischi di allevare colombi bianchi sotto i cieli frequentati dai falchi.

Diversamente da quanto ingenuamente si crede, non c’è niente di gladiatorio nella lotta per l’esistenza ma solo una quantità innumerevole di casi rutilanti e numeriche si moltiplicano incredibilmente attraverso il paziente corso del tempo che non ha fine e, soprattutto, non ha un fine.

Con la sua idea Darwin ci ha insegnato molte cose, soprattutto che aveva ragione e che aveva torto ma, ancora di più, che la qualità, la fertilità l’interesse di un’idea
non consiste tanto nella verità certa che dimostra ma nei nuovi problemi che crea e in tutte le prove di quella ricchezza della vita che fanno della scienza, come della
poesia, un’avventura così eccitante.