
Valadon e Utrillo il fuoco dell’arte e dell’amore nella Parigi degli “anni Folli”
A Montparnasse “si beve e si danza. Si fuma e si fa l’amore […] Si scrive e si dipinge. […]
Si reinventa l’amore, esattamente come si reinventano le dottrine estetiche o i modi di dipingere. Con lo stesso desiderio di rinnovarsi completamente. […] Non si viveva bene che qui. Liberamente! Ecco la grande parola, la parola chiave […] L’amore libero, l’arte libera”
Così scriveva nel 1929 Kiki de Montparnasse, ballerina, modella, amante, simbolo di quella Parigi che ormai da qualche decennio era al centro del mondo artistico. Montparnasse stava prendendo il testimone da Montmartre, mentre Amedeo Modigliani aveva da poco lasciato la Terra (24 gennaio 1920) per entrare nell’Olimpo del Mito, tragicamente accompagnato da Jeanne, al nono mese di gravidanza del loro secondogenito. Il livornese era arrivato nella Ville Lumiére nel gennaio del 1906, di salute precaria, affascinante, eccessivo, divenuto velocemente icona della Scuola di Parigi (ma non era una vera e propria scuola) i cui “allievi” si chiamavano Picasso, Chagall, Kisling, Matisse, Bonnard e successivamente Utrillo, Soutine, Foujita, Zadkine, e molti altri. Un coacervo di spiriti irrequieti, menti creative, pittori, scultori, scrittori, poeti, ballerini, attori, donne libere ed emancipate.
Tra queste c’era Maria Valadon, che assumerà il nome di Suzanne, pittrice, ma prima ancora ballerina e modella, aveva posato per artisti come Puvis de Chavannes, Touluse Lautrec, Renoir, di loro era stata anche amante perché lei incarnava il modello della donna libera parigina. Aveva intrattenuto una relazione con il giornalista spagnolo Miguel Utrillo e da questa, nel 1883, era nato un figlio: Maurice, riconosciuto dal padre solo otto anni dopo perché lei, allora diciottenne, lo aveva dichiarato: “Di padre che non vuole essere nominato”. In verità non sapeva, per certo, di chi fosse.
Maurice Utrillo sarà uno dei principali protagonisti della stagione artistica di Parigi che dai primi anni Dieci, passando attraverso la guerra, porta diritta verso gli “anni folli”. Lui e Modigliani, anzi, ne furono i veri antesignani, vissero insieme il fermento di Montmatre e Montparnasse nei primi anni Dieci, quando esplodeva il cubismo e gli artisti si ritrovavano al Café de La Rotonde di Victor Libion. La guerra poi arginò quel fermento, ma solo per qualche anno. A partire dal 1919, infatti, la Ville Lumière intraprese una sorta di rinascimento, le anime creative che all’inizio del secolo si erano affacciate alla sregolata vita bohémien sbocciarono in tutta la loro sfrontatezza. Non Amedeo però, che incapace di contenere la propria indole autodistruttiva abbandonò Utrillo lasciandolo a un nuovo destino: quello della madre Suzanne.
È stata lei, nel 1901, ad avviarlo alla pittura. Un modo per distrarlo dal vino in verità, perché il diciottenne Maurice è alcolizzato, entra e esce continuamente dagli ospedali dove lo ricoverano per disintossicarlo. Un male iniziato presto, nel 1896 quando appena tredicenne marinava la scuola in favore dei bistrot, ma quel figlio di padre incerto è per Suzanne una certezza, così lo protegge, lo sostiene nel percorso artistico iniziando ad ammirarne le opere. Dimostra un talento per la pittura, infatti, come lei, ma con qualcosa di più intenso, più vero: Parigi è la sua musa, la città dove si nasconde e si ubriaca, ne conosce ogni anfratto, piazza, vicolo, vive in lei come tra le braccia dell’amata e in lei si perde. Così la dipinge, continuamente, trasformandola in qualcosa di sospeso, fiabesco, come le donne di Amedeo che erano tanto reali quanto immaginarie.
Suzzanne e Maurice vivono a stretto contatto l’avventura di quegli anni, madre e figlio, ma nel 1909 quest’ultimo le presenta un amico, André Utter, pittore ventitreenne (lui ne aveva ventisei). Lei ha ormai quarantaquattro anni, dal 1896 è sposa di Paul Mousis, un ricco agente di cambio grazie al quale beneficia di una vita tranquilla, potendo inoltre aiutare il figlio. Ma l’amore brucia e lei è una donna irrequieta, ama gli uomini e l’arte, da sempre.
Lascia così la sicurezza della vita matrimoniale andando a vivere in impasse Guelma 5, insieme a Utter, Maurice e la madre Madeleine, per dipingere e sentirsi libera. Il giovane amico del figlio è dinamico e pieno di energia, lei si sente stimolata e la sua pittura arriva a una svolta. Nel 1911 realizza una grande tela che intitola La gioia di vivere, perché questi sono anni creativi, di viaggi ed esperienze, una parentesi di felicità nella turbolenta vita di una donna inquieta. E Maurice è sempre con lei, e con Utter, dipinge e in più occasioni le fa da modello come quando, dopo una vacanza in Corsica, lei lo ritrae nel dipinto Il lancio della rete, è il 1914.
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